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lunedì 12 ottobre 2009

Inglorious Basterds di Quentin Tarantino


Sono Aldo Raine e col baffetto che c’ho vi introduco in Francia durante l’occupazione nazista. Io odio i nazisti e faccio di tutto per ucciderne il più possibile. Ho il mio gruppetto di seguaci, insaziabile, spavaldo, prepotente e che non lascia scampo. Insomma, tutti brutti ceffi carichi d’adrenalina e vogliosi di sangue. Con loro voglio arrivare al pezzo grosso, all’ideatore di questa pazzia che è il nazismo. Voglio e vogliamo lo scalpo di zio Adolfo. Così tutti insieme chiediamo asilo alla pellicola di Tarantino, che ci mette in mezzo a scene di tutti i tipi: splatter, tachicardiche, inutili, sbruffone, maestose. I ritmi si accelerano solo quando ci siamo noi, manipolo spietato, per il resto si zoppica o si rallenta a guardarsi intorno, c’è addirittura una cottarella di un giovanotto dei loro, cottarella che non sa né di carne né di pesce. C’è un orfana che sputa fuoco di vendetta, una Cenerentola spia con tanto di dettaglio feticistico su tacco, punta e piede, c’è anche quel puttaniere di Goeebels con la sua merdosa saccenza, oltre ad un ubriaco che dovrebbe farsi più i cazzi suoi. Scusate i termini, ma siamo terribili, feroci, e senza altro per la testa.

Siamo bastardi e, nostro malgrado, senza gloria.

Gi

martedì 29 settembre 2009

The taking of Pelham 123 di Tony Scott


In giro per strada, si può facilmente notare su cosa ma soprattutto su chi produttore e distributore puntino per pubblicizzare “Pelham 123-Ostaggi in Metropolitana”. I primi piani sui due faccioni di Washington e Travolta dominano cartelloni e locandine e mettono subito l’accento su fama e bravura incondizionata delle due star, mai protagonisti insieme e mai a così stretto contatto. Il regista è Tony Scott, già “gestore” di talenti del calibro di K.Knightley (Domino) e B.Pitt (Spy Game) e garante sempre di azione, adrenalina ed effetti scenici. Basta poco per informarsi sulla trama, che è già tutta nel sottotitolo della pellicola: ancor più in soldoni, si parla di un dirottamento di una metro con relativi malcapitati ostaggi. Ed è ancor più semplice capire chi tra i due volti ritratti in affissione pubblicitaria, uno abbronzatamente pacioccone e spaesato, l’altro spietato già nello sguardo, sia quello buono e quello cattivo. A dirla così, sembra già tutto scritto e ci si chiede come si possano riempire più di 100 minuti con un’idea che parte parecchio scarna. Analisi errata. In un New York colpita nel suo cuore che batte sottoterra, vivono tesi monologhi alla ricerca della frase ad effetto di un Travolta dirottatore che con un occhio ai titoli di Wall Street fa il bello e il cattivo tempo. All’altro capo del telefono durante la lunga e vibrante contrattazione, un appesantito Denzel Washington dall’aria dimessa, che nell’economia della pellicola riveste un ruolo che va via crescendo e che piace per la semplicità da americano medio, con moglie e figli a carico e compromessi e colleghi da sopportare. Il più delle azioni che alzano il battito cardiaco per chi è amante del genere si concentrano nella parte finale in cui le chiacchiere cominciano a stare a zero e entrano nel vivo corse forsennate, automobili capovolte, dollaroni in auto blu, sparatorie e fughe. La cura della colonna sonora è mirabile e cardiologicamente mirata a serrare i ranghi dell’adrenalina, così come le riprese, le più godibili quelle dall’alto, osservazione paradossale per un film ambientato per lo più in metropolitana. Insomma tra una massima del belloccio di “Pulp Fiction” e un improvviso scatto da eroeperungiorno dell’ “American Gangster” statunitense, troviamo non un capolavoro certo, ma un avvincente thriller d’azione ben confezionato e senza dubbio gradevole.

Gi (ma Filos ha scelto l'immagine)

martedì 22 settembre 2009

Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli

Essendo una pellicola non proprio di prim’ordine in quanto opera prima e sinistroide, i multisala coprono altre esigenze di tipo commerciale e le sale che offrono le loro poltrone e le loro biglietterie alla Nicchiarelli e al suo Cosmonauta sono poche, piccole e circondate da intenso traffico e pochi spazi liberi per il parcheggio. Con forte sorpresa, arrivo puntuale nonostante i già citati problemi logistici. Lo spettacolo scelto è l’ultimo del venerdì, le poltrone occupate saranno poco più di 20. Mi verrebbe da urlare che c’è più elettorato di sinistra qui dentro che nelle assemblee Pd. Riesco incredibilmente a trattenermi. Dopo le immancabili cinquesei paia di trailer, apprezzo con simpatia l’originale trovata del corto animato, diretto dalla stessa esordiente regista: scanzonato, disinvolto, spassoso. E con la qualità di introdurre alla principale tematica della pellicola ossia la corsa allo spazio, vista nell’ottica dei successi sovietici. Poi via, titoli d’apertura e occhi puntati sulla piccola giovinetta, protagonista già da subito di una gridata dichiarazione di anti clericalismo e conseguente schieramento politico. Anni 60. Le immagini che la Susanna regista ci propina sono di una Roma col sole al tramonto, con interni tempestati di carta da parati, scarna argenteria, televisore a colori. Paneamorefantasia di un proletariato che pare non esserci già più; i cortili sono quelli modesti e con poche pretese della Magliana, le movenze degli abitanti sono fortemente connotate di ponentino: ganascini, bacioni e via dicendo. I socialisti sono traditori all’occhio del falce e martello, i risultati elettorali tengono incollati alla tv manco fosse la finale dei mondiali, la lingua che viene fuori è a metà tra il romano spiccio ma quasi mai spinto del quotidiano giovanile e il russo di Kruscev, Gagarin e radiogiornalisti tirati dentro con buon tempismo nel corso del lungometraggio. Entrate sceniche che in base al loro valore e alla loro importanza politica corrono di pari passo alle avventure di Luciana, della sua famiglia sbilenca, del suo circolo comunista e delle sue storie storielle adolescenziali, banali ma non troppo e che portano via a me spettatore un sorriso a volte candido a volte ammiccante. Le note sono di quegli anni, ma rivisitate male da voci contemporanee sconosciute; su questo, si è risparmiato. Guest star la Pandolfi, che smette in questo film di ricordarmi i fasti di fiction targate Mediaset e che s’acconcia a donna del tempo: chioma cotonata, ansie da madre che ne ha viste tante e qualche compromesso per tirare avanti la baracca. Buono anche Rubini, che o stempera l’ambiente, almeno per lo spettatore, o lo avvampa con fare prima bonario poi autoritario. In generale molta solitudine con gli occhi all’insù, verso il cosmo e le conquiste russe, per dire che davvero poteva essere possibile un successo acceso di rosso. Una passione e una speranza vera che diventa quasi beffa nel fotogramma a chiusura del film. Il pubblico nella mia sala sa già che non uscirà triste dalla porta del cinema: s’era già rassegnato trent’anni prima di questa serata pre-invernale nei pressi di Porta Pia.

Gi